ANNUARIO 2000
BIANCAVILLA

L'eredità di Scanderberg

Storia di un popolo la cui origine è albanese insediatosi alle pendici dell'Etna
di
Marcello Proietto
(in collaborazione con l'Ufficio P.R. editoriale)
Palazzo Ardizzone

Biancavilla è una cittadina sulle pendici dell’Etna a 513 metri di altitudine, collocata tra Adrano e S. Maria di Licodia e dista 32 km da Catania. Gli abitanti si chiamano biancavillesi secondo la denominazione ufficiale, mentre secondo quella locale, sono comunemente detti biancavilloti. La sua origine è albanese. Di essa vi è testimonianza palese non solo nello stemma, ma anche in alcuni cognomi, in denominazioni di vie quali: Cesare De Masi, Castriota, Scutari, ed altre, nel culto della Vergine dell’Elemosina la cui festa ricorre l’ultima domenica di agosto e, principalmente, nei cimeli portati dai profughi d’Albania. Gode di un clima mite ed è un Comune essenzialmente agricolo e pertanto la terra costituisce la base della sua ricchezza. Il territorio circostante, infatti, è ricco di pregiati agrumeti i cui frutti vengono esportati anche all’estero, dopo una lavorazione locale, grazie agli attrezzati magazzini presenti nella città. I suoi abitanti, che traggono dal popolo greco l’attaccamento alla terra e alla famiglia, sono ospitali e di animo generoso. Essi continuano a perpetuare la particolare tendenza all’arte, alla musica e alla poesia come i loro predecessori: Padre Sangiorgio, Antonio Bruno, Padre Bucolo, Emanuele Portale, Bernardino Neri, Zenone Lavagna, Francesco Gemma e altri. Si parte dallo stemma e dal gonfalone, per capire un popolo, una cittadina. Per Biancavilla, il modus operandi citato è d’obbligo. Nello stemma infatti, tanti elementi, diversi fra loro, ma allo stesso tempo legati da un sottile, quasi invisibile ma reale filo di Arianna. Lo stemma, azzurro, contiene una torre merlata su una zolla di terreno al naturale; a destra un cavallo fermo davanti ad un cipresso; a sinistra una croce d’argento sormontata da un nastro d’oro col motto: Scanderberg, Giorgio Castriota; in alto, due strisce d’oro sormontate da un sole, anch’esso d’oro; infine la corona di Conte. Il motto rappresenta un omaggio al grande guerriero albanese; la corona, al signore del luogo (Moncada) che concedette il terreno. Lo stemma è la rappresentazione dei versi tratti dalla canzone tradizionale che narra la morte di Scanderberg il quale spinse il figlio Giovanni a prendere tre navi e, con la madre, partire per l’Italia onde sottrarsi ai Turchi.

Storia e tradizione a Biancavilla si fondo in mix particolarissimo, che merita d’essere assaporato lentamente, gustandone le diverse quanto interessanti sfaccettature. Ci piace in questa sede rivisitare le origini albanesi della cittadina, ritenute certissime, sebbene gli studiosi che si sono interessati alla sua storia non ne abbiano parlato lungamente e con dovizia di particolari: ciò dipende dal fatto che ben presto scomparve ogni influenza sia nei riti religiosi, sia nei costumi, sia nella lingua. Questa origine ci è confermata dal privilegio di concessione del 1488 che permise ad alcuni coloni albanesi di eleggere la loro dimora nel territorio di Callicari che, prima della loro venuta, era un luogo "disabitato e abbandonato".Dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderberg, a causa dell’invasione turca, alcune famiglie albanesi, guidate dal capitano Cesare Masi, preferirono lasciare la patria anziché sottostare al dominio turco. Questo piccolo gruppo, portando con se l’immagine della Madonna - detta di S. Luca per il volto dal colorito bruno - un reliquario d’argento con una statuetta, una reliquia di S. Zenone, una croce di legno e una campana, dopo essersi fermato presso le colonie esistenti già nel Gargano, muovendo da Catania nel 1482 circa, si fermò per riposarsi in un terreno detto Callicari o Pojo Rosso e, come vuole la tradizione, il prezioso quadro della Madonna fu appeso ad un fico. L’indomani, però, sul punto di partire, volendo togliere il quadro dall’albero, trovarono i rami attorcigliati intorno ad esso da non poterlo staccare senza doverli recidere. Pertanto costoro supponendo che rimanere là fosse un preciso desiderio della Madonna, abbandonarono il pensiero di partire e si fermarono definitivamente a Callicari. Fonti storiche informano che il Seicento rimase un secolo del tutto buio ai fini della posterità, poiché gli albanesi non lasciarono nessuno scritto. Per quanto riguarda la religione, sulle prime si esercitò il rito greco, ma nel 1508 veniva sospeso il sacerdote greco e veniva sostituito da un "previte latino"; nel 1542 si ridava nuovamente il permesso al prete Papodato Andrea di celebrare e amministrare i sacramenti in rito greco. Infine, nel 1600, non esistendo più un sacerdote di rito greco, veniva tutti gli anni da Palazzo Adriano un "papas" per amministrare la Pasqua ai fedeli ancora legati a quel rito. Insieme al rito sparirono tutte le altre tradizioni sebbene alcune famiglie continuassero a rimanervi legate ed a celebrare il loro matrimonio "alla greca". Per ulteriori informazioni e notizie storiche, consigliamo utili approfondimenti, consultando diversi testi custoditi presso la Biblioteca Comunale.

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