Del
casinò Del casinò di Taormina non si sta parlando più. E sapete perché?
Ma perché con questa storia dei sequestri di videopoker, arresti compresi, l’immagine
del gioco è diventata "diabolica". Insomma, non è tempo, bisognerà attendere che
le acque si calmino per ragionare con freddezza. Attualmente c’è in Parlamento
un disegno di legge, primi firmatari il senatore D’Alì di Forza Italia e la senatrice
Bucciarelli dei Ds, che prevede una casa da gioco per ogni Regione. Ma in pratica
si è incagliato e non procede. Contestualmente il Tar di Catania, dopo avere esaminato
l’istanza del Comune di Taormina, l’ha ritenuta "non infondata" e ha trasmesso
gli atti alla Corte costituzionale che già quindici anni addietro aveva sollecitato
il Parlamento a varare una legge "in tempi ragionevoli" per dare ordine alle case
da gioco evitando la sperequazione Nord-Sud. È presumibile che la Consulta tirerà
nuovamente le orecchie al Parlamento, invitandolo più categoricamente a decidere.
Ha fissato per il 16 maggio "l’immissione a ruolo" della causa ed è sperabile
che almeno da questo fronte giungano notizie positive. C’è poi da considerare
la questione politica: il Ppi è decisamente per il no e in passato ha persino
minacciato una crisi di governo. E dunque in questo momento pochi se la sentono
di mettere ostacoli ad Amato e al traballante centrosinistra.
C’è dunque il rischio che la Consulta inviti il governo a riequilibrare la
situazione delle case da gioco, ma le forze politiche prendono ancora tempo. Tra
un anno ci saranno le elezioni politiche e chi vivrà, vedrà. Per tutte queste
ragioni c’è un momento di stasi, chiamiamolo di "riflessione", in attesa di poter
sbloccare la situazione. Nel frattempo però i falsi moralisti non si accorgono
di parecchie cosette: 1) che lo Stato, pur incassando già montagne di miliardi
con il lotto, la Sisal, il Superenalotto e via dicendo, sta autorizzando le sale
da Bingo dove si possono vincere sino a 200 milioni in una sera, e chiede la sua
bella percentuale sulle giocate oltre ad una cauzione di un miliardo per i gestori;
2) che gli italiani giocano lo stesso sia al nord (Venezia, Campione, Sanremo
e l’affollatissimo Billia di Saint Vincent) e sia andando all’estero (soprattutto
Malta, Montecarlo, Nizza, Paesi comunitari, dove ci sono centinaia di case da
gioco); 3) che lo Stato veste, quindi, i panni del rigore moralista quando invece
si tratta di adeguarsi agli altri Paesi che così fanno turismo. Che ci sia una
forte lobby delle quattro case da gioco, per impedire l’apertura di casinò nel
resto d’Italia, risulta evidente anche dal fatto che ad opporsi alla richiesta
del Comune di Taormina davanti al Tar di Catania sono stati, accanitamente, gli
avvocati del casinò di Venezia. Certo se ogni Regione aprisse una sua casa da
gioco gli incassi dei quattro privilegiati scenderebbero di parecchio.
Ad esempio, ci sono decine di siciliani che raggiungendo in aereo Torino, vanno
in taxi a Saint Vincent, giocano tutta la notte di sabato e mezza domenica, poi
riprendono il taxi e l’aereo e tornano a casa. Se fosse in funzione il Casinò
di Taormina, quei siciliani non avrebbero alcun motivo per andare sino in Val
d’Aosta. Non si può dire che il sindaco di Taormina, Mario Bolognari, se ne sia
stato con le mani in mano, di recente ha affrontato finalmente la questione di
petto per reclamare i diritti della casa da gioco che restò in funzione per due
anni (pagando regolarmente le tasse all’Erario) all’inizio degli anni Sessanta.
Ma anche lui deve attendere che la situazione si rassereni e che la Corte costituzionale
finalmente si esprima. A meno che - ma ci crediamo poco - il pragmatico Giuliano
Amato non tagli la testa al toro e adotti un decreto governativo (che può essere
emesso dal ministro dell’Interno Enzo Bianco). Nell’attesa non resta che sperare
nel buon senso dei gestori della cosa pubblica, che in verità finora di buon senso
in materia ne hanno mostrato poco.
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