ventitreesima edizione

2) L'Annuario

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Una politica di obiettivi

   
pagine a cure di Francesco Grassia
(in collaborazione con l'ufficio P.R. editoriale)
Il sindaco, Giovanni Allegra

Si dice che a volte le apparenze ingannano, ma è anche vero che nella maggior parte dei casi esse rispecchiano fedelmente la realtà.
Il prof. Giovanni Allegra, da svariati anni sindaco di Raddusa, è un tipo speciale; a volte appare schietto, riservato, sensibile e disponibile, altre volte invece appare disinibito, asciutto, spigoloso e irascibile, perché è un inguaribile perfezionista. Questione di carattere. Quando le cose non funzionano come vuole lui, quando i tasselli del mosaico non vengono collocati uno dietro l’altro nella posizione da lui desiderata, proprio non ce la fa a nascondere il suo disappunto. Questione di carattere dicevamo. Giovanni Allegra, nato a Raddusa, cresciuto a Catania e maturato in giro per il mondo, per forza di cose è una persona particolare. Per lui accontentarsi è un compromesso inaccettabile.
“Sono così - dice - non c’è niente da fare” e ammette, senza remore dialettiche e senza quella ruffianeria che caratterizza taluni rapporti, che gli piace l’etichetta di antipersonaggio: “Non rifiuto la popolarità, ma mi danno fastidio certi accostamenti superficiali”.
Lo abbiamo incontrato, come spesso ci accade, nel suo ufficio del Palazzo di Città e, dialogando del più e del meno, il discorso è scivolato su quanto realizzato da quando è alla guida dell’Amministrazione comunale e su quanto resta ancora da realizzare da quì alla scadenza del suo mandato. Parla come un fiume in piena che scende a valle senza preoccuparsi degli ostacoli che incontra lungo il proprio cammino poiché il suo destino è quello di raggiungere il mare nel più breve tempo possibile.
A noi non resta che riproporre fedelmente ciò che ci ha detto.
“ Finora, in fatto di programmazione e di interventi, sono stati tagliati traguardi molto importanti e le opere realizzate sono sotto gli occhi di tutti per cui reputo superfluo elencarle. Per il futuro sono stati programmati nuovi obiettivi che cercheremo di raggiungere nei tempi e nei modi stabiliti. Raddusa è una città che sta cambiando e che sta cercando di attrezzarsi al meglio per affrontare le prossime sfide di questo terzo millennio. Forte della sua storia e della sua economia agricola, Raddusa ha le carte in regola per potere tornare ad essere vincente come lo è stata nei fantastici anni settanta-ottanta quando registrò il suo maggiore progresso economico, sociale e culturale. Per favorire tale cambiamento l’Amministrazione comunale, che mi onoro di guidare ormai da diversi anni, sta facendo la sua parte programmando interventi specifici e accedendo ai fondi regionali, statali ed europei per la realizzazione delle grandi infrastrutture come la Filiera Cerealicola, che sta per sorgere presso i locali del Centro Fieristico, e la Zona Artigianale che sta sorgendo alle spalle del Villaggio San Nicolò. In evidente stato di avanzamento sono oggi i lavori relativi al programma innovativo in ambito urbano denominato “Contratti di Quartiere II” finalizzato alla riqualificazione edilizia ed urbanistica nonché al miglioramento ambientale, all’incremento delle infrastrutture e della dotazione dei servizi pubblici e privati, all’integrazione sociale, all’incentivazione dell’offerta occupazionale ed al recupero di isolati e manufatti danneggiati nel popolare quartiere San Nicolò. Il costo complessivo per la realizzazione dei progetti, redatti da professionisti esterni opportunamente incaricati, è di 11 milioni di euro finanziati in parte dallo Stato, in parte dalla Regione e in parte dai privati che hanno aderito all’iniziativa. Si tratta di un impegno non indifferente che, come ho detto, mira alla riqualificazione urbana ed ambientale dell’intera contrada San Nicolò, con la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria nell’area riservata agli insediamenti produttivi (zona artigianale), la costruzione dei 30 alloggi di edilizia residenziale economica e popolare (già in fase di completamento) ed il restauro dei complessi residenziali esistenti. La realizzazione di tali lavori cambierà il volto del Villaggio San Nicolò che diventerà una vera e propria zona residenziale dove gli abitanti potranno usufruire di servizi urbanistici moderni e funzionali.
Allo scopo poi di migliorare la vivibilità della città, l’Amministrazione comunale ha intenzione di ristrutturare le strade urbane più disagiate e di modificare la viabilità interna per raggiungere adeguati standard in fatto di trasporto pubblico. Inoltre, soprattutto nel settore del verde pubblico e dell’arredo urbano, sono previsti ingenti investimenti per opere che saranno realizzate al più presto. Infine, per migliorare la funzionalità dell’impianto sportivo polivalente, ribadisco che sono in corso d’opera i lavori di ristrutturazione del campo di calcio, che comprendono anche la costruzione della tribuna centrale e la realizzazione del tappeto verde, per i quali la Regione ha finanziato l’ulteriore importo di un milione di euro.
Di certo c’è, e concludo qui la mia disamina, che i problemi sul tappeto sono davvero tanti ma ho fiducia, anzi ho la certezza, che molti di essi saranno risolti presto e in maniera definitiva come, in maniera definitiva, è stato risolto l’atavico problema dell’approvvigionamento idrico che, fino a qualche anno fa, sembrava davvero irrisolvibile”.

Le tradizioni

Raddusa non vanta certamente molti secoli di storia, ciò nonostante, nel paese si sono radicate certe tradizioni che il popolo raddusano custodisce con estrema gelosia e meticolosità.
Grande risonanza popolare assumono tutte le manifestazioni religiose tra cui quelle relative alle celebrazioni delle festività pasquali e del Santo Patrono San Giuseppe, che richiamano nella cittadina molta gente dei paesi vicini.
L’attrazione principale delle festività pasquali sono gli “Apostoli” che, con i loro costumi costituiscono la parte folkloristica della festa stessa che, dopo le strazianti rievocazioni del Giovedì e del Venerdì Santo, raggiunge il suo clou quando, nella piazza principale del paese gremita fino all’inverosimile, avviene la rappresentazione della tradizionale “Giunta Pasquale”, cioè l’incontro della Madonna con il Cristo Risorto, tra la gioia dei presenti che sventolano fazzoletti bianchi in segno di giubilo.
La grande devozione verso San Giuseppe è poi tanta che i raddusani festeggiano il Santo Patrono ben due volte all’anno: il 19 marzo e il 19 settembre. Quella che si celebra il 19 settembre, con i suoi riti, il suo cerimoniale, le sue consuetudini e soprattutto per l’insieme dei valori che assomma in sé, è considerata la festa per eccellenza. Sacro e profano si intersecano e si completano a vicenda. Così, alla processione del Santo, portato a spalla dai cittadini, fanno da coreografia i palloncini, i botti, i fuochi d’artificio, la musica ed i canti che i devoti usano tributare al Santo. La caratteristica principale della festa che viene celebrata il 19 marzo è costituita dagli “Altari” (nella foto) che i raddusani usano innalzare al Santo per grazia ricevuta. Trattasi di enormi tavolate di 25/30 mq. a due o tre ripiani, stracolmi di ogni ben di Dio. Interi menù, completi di frutta e dessèrt, dolci, pasta e pane speciale che vengono offerti ai poveri come segno di solidarietà umana. Il pane, in special modo, viene distribuito a tutti perché tutti possono nutrirsi del pane di San Giuseppe; un pane speciale impastato nelle forme più strane (la barba, il bastone e gli arnesi di lavoro del Santo Falegname) lavorato alla casalinga, cotto nel forno a pietra e ricoperto di piccolissimi semi ricavati dal papavero e meglio identificati col nome di “papaverina” il cui uso, limitato solo all’ornamento del pane, si perde a Raddusa nella notte dei tempi.
Anche il Carnevale occupa un posto di riguardo tra le più antiche tradizioni popolari; dei festeggiamenti riservati al Re Burlone, oltre alle sfilate dei carri allegorici e dei gruppi mascherati, si tramandano i cosiddetti “Festini”, veri e propri veglioni organizzati dai privati e riservati agli invitati, con ingresso permesso alle maschere, che danzano i ritmi musicali più svariati. Tali festini popolari, addobbati di palloncini e stelle filanti, aprono i battenti il giorno di Capodanno e si concludono il Mercoledì delle Ceneri con la classica “scampagnata”.
Da quasi un decennio, tra le più simpatiche tradizioni popolari si è inserita anche l’ormai nota “Festa del Grano” che ha proiettato l’immagine di Raddusa oltre i confini della Sicilia. Tale festa, che si svolge ogni anno nella seconda domenica di settembre, è una manifestazione singolare che suscita tanto interesse e che richiama migliaia di visitatori provenienti dalle più svariate regioni d’Italia e persino dall’estero. La “Festa del Grano” non è una semplice festa e non è neanche una semplice sagra paesana per gli amanti del fine settimana, ma una manifestazione originale che assume un significato molto profondo poiché si prefigge, in primo luogo, di far riscoprire alla gente le proprie origini. È una manifestazione che mira al recupero culturale della identità di un popolo, quello raddusano appunto, che da sempre vive di lavoro e di fatica. Nei tre giorni di festa vengono ricreate quelle scene di vita agreste che nel dopoguerra veniva vissuta nell’arido entroterra siciliano e, tra convegni, dibattiti, musiche, mostre, sfilate, visite guidate e degustazione delle prelibatezze tipiche locali derivate proprio dal grano, in un intreccio di cultura, folklore e tradizione, il paese viene letteralmente “invaso” da una folla di visitatori che, di anno in anno, cresce sempre di più.
“La Festa del Grano - ha detto l'eurodeputato Nello Musumeci, ex Presidente della Provincia regionale di Catania, che l’ha inventata nel 1995 - è stata creata proprio per rinverdire una tradizione secolare legata alle vicende che hanno segnato la storia di Raddusa e del prodotto principale della sua terra, il grano appunto, a cui è legata la crescita culturale, economica e sociale dell’intera comunità raddusana”.
Il clou della festa è rappresentato dalla ricostruzione storica dell’antica “pisatura” del grano accompagnata da canti e balli propiziatori che coinvolgono tutta la popolazione presente attorno all’aia mentre assiste alla girandola dei cavalli tesa a calpestare i covoni per la fuoruscita del grano. In quell’occasione i più anziani vivono la sensazione di ritrovarsi indietro nel tempo, mentre i più giovani assaporano sentimenti che non hanno mai provato.

 

La città del grano

   
La pisatura

Percorrendo l’autostrada che da Catania conduce a Palermo, a circa 50 Km. dal capoluogo etneo, presso lo svincolo di Agira, un cartello indica che da quella uscita è possibile raggiungere Raddusa, un paese ubicato nell’assolato entroterra siciliano che, pur essendo ad un tiro di schioppo dal confine ennese, con Enna non ha proprio nulla a che spartire poiché appartiene da sempre alla provincia di Catania. A 13 Km. dallo svincolo autostradale, adagiato sulle colline “Vignazze” e “Caprarìa” (mt. 350 s.l.m.) ecco Raddusa; piccolo centro agricolo, di circa 4.000 abitanti, con un territorio di quasi 24 Kmq, confinante: a nord con Assoro, a sud con Aidone, ad ovest con Piazza Armerina e soltanto ad est con Ramacca, altro paese della provincia di Catania.
I natali di Raddusa, che per la sua caratteristica territoriale di produrre grano in quantità e di ottima qualità gli esperti hanno definito “Città del Grano” e “Principale granaio di Sicilia”, risalgono al 1810 per volere di Francesco Maria Paternò, 2° Marchese di Raddusa, che, avendo ottenuto dal Re di Sicilia Ferdinando III la facoltà di popolare di coloni i propri feudi di Raddusa e Destra, concesse in enfiteusi alcuni appezzamenti del feudo Raddusa, le cui origini appaiono interno al 1300, a tutti coloro che decisero di stabilirsi nella zona che al tempo era ricca di miniere di zolfo.
Attratti dall’offerta, contadini, braccianti, bovari e pecorari accorsero nel feudo Raddusa che fu opportunamente spezzettato ed assegnato in gabella a tutti i coloni che ne fecero richiesta. Dalle montagne dell’interno dell’Isola giunsero anche esperti minatori che trovarono lavoro presso le zolfare del luogo cosicché, in breve tempo, le campagne del feudo si popolarono di persone che vi costruirono le proprie case, coltivarono i terreni, esercitando anche l’allevamento del bestiame ed allacciando rapporti economici e commerciali con le popolazioni dei paesi vicini.

Un momento della festa del grano

La nuova comunità di cittadini fu amministrativamente aggregata al Comune di Ramacca e solamente nel 1860 ottenne l’autonomia con Regio Decreto di Francesco II Re delle due Sicilia. Così, a coronamento di mezzo secolo di crescente sviluppo, il modesto villaggio di Raddusa divenne un florido centro agricolo e soprattutto industriale per via dell’attività solfifera che produceva ogni anno migliaia di tonnellate di zolfo che i carrettieri locali provvedevano a trasportare fino a Catania per essere esportato all’estero. In seguito alla scoperta dei ricchi giacimenti americani, che causò la crisi e la conseguente chiusura di tutte le zolfare siciliane, l’attività prevalente rimase l’agricoltura e la pastorizia che però, per la mancanza delle necessarie risorse idriche e delle attrezzature adeguate, ha dato sempre un reddito modesto. Ciò nonostante, ancora oggi, l’economia della comunità raddusana resta, per la gran parte, legata all’agricoltura cerealicola, con particolare riferimento alla produzione del grano duro che costituisce la ricchezza principale del paese. Il turismo, il commercio, l’industria e l’artigianato completano poi il resto delle attività della popolazione raddusana: una popolazione che da sempre vive di lavoro e di tradizioni.

L'assessore Gaetano Cunsolo
L'assessore Mario Rapisarda
L'assessore Roberto Speciale